Rumori sordi


Dovevo aver dormito con l’orecchio destro arricciato su se stesso. La radiosveglia si era accesa con “Il ruggito del coniglio” alla solita ora. Ma quella mattina era stato davvero un coniglio con la criniera, i denti aguzzi e la coroncina dorata 35mm della Metro Goldwyn Mayer!

La stufetta elettrica del bagno sembrava un cacciabombardiere, l’acqua del rubinetto era la cascata del Niagara e lo sciacquone della tazza pareva lo tsunami!

No, no, niente mal di testa, solo un padiglione auricolare con dentro il muro di Marshall di James Hetfield.

Sbadiglia e deglutisci, sbadiglia e deglutisci, sbadiglia e deglutisci. Nulla.

Salito il caffè mi sono buttata a terra, era la guerra. Fischiava tutto.

Acufene, I think this is the beginning of a beautiful frienship!

Sono uscita con l’attrezzatura. Si, nella nebbia, naturalmente.

Mentre attraversavo la strada le macchine che venivano da destra pareva arrivassero da sinistra insieme a quelle che arrivavano effettivamente da sinistra. Tutto arrivava da sinistra, le vecchie con la spesa, il postino in motorino, il panettiere con la baguette, tipo all’imboccatura di una rotonda. Così ma senza la gioia calda e gialla disneyana, tutto virato sul ciano e con la voce di Marilyn Manson.

La prima tappa era dal benzinaio: “BUONGIORNO!” mi sono immobilizzata, con gli occhi sbarrati guardavo la benzinaia, poi ho proseguito calando il volume. “Mi fa 20 euro? Grazie.” “Come? Quanto?”

Povera, l’avevo guardata come se fosse stata la Mosca ma quando parlo troppo forte mi do sempre fastidio da sola.

Trafficava dal lato del finestrino passeggero (ho un auto inglese):

“Mi ha detto 20? Di verde, giusto?”

“Si, si, si….” Le avevo risposto sembrando seccata e guardandomi in giro.

“Cazzo, mettimi benzina e poniamo fine a questa interminabile e pesantissima discussione, te ne prego!!” Avevo pensato.

Appena parcheggiata l’auto avevo alzato il telefono, tenendo la cornetta (La cornetta? La cornetta!? Ma mica si può ancora dire CORNETTA? Bè, insomma, il ricevitore, è la stessa cosa!) volutamente all’orecchio destro.

Solo premendo sulla cartilagine sentivo il mio interlocutore: “Si, sono appena arrivata.”

La sala che ospitava l’assemblea era di cemento. Le sedie erano di plastica. I soffitti erano alti. I davanzali delle finestre ampie erano profondi e in marmo. C’era un inserto in vetrocemento. Solo dietro ai relatori c’era un sipario di velluto blu che avrebbe potuto aiutarmi.

Un formicaio di persone.

C’era chi firmava carte, chi rideva molto forte, chi prendeva posto a sedere, chi non si vedeva da un po’ e si picchiava sulle spalle, c’era chi aveva caldo, c’era chi aveva sonno e c’ero io che non capivo più una fava.

Quando l’oratore al microfono ha iniziato il suo concione lungo 15 pagine, il cemento non perdonava. La plastica puniva. I soffitti condannavano. Il marmo castigava. Il vetrocemento si vendicava.

Il velluto era totalmente inibito. E quando il microfono fischiava il mio orecchio sanguinava.

Al rientro a casa ho cercato una sola parola per rispondere alla domanda “Com’è andata?”:



Posted on febbraio 24th, by Alice Durigatto in Storie, TUTTE LE NUOVE.