Ore in ambulatorio


Ieri ho passato un po’ di tempo tra il corridoio d’ingresso all’ambulatorio del mio medico e seduta in sala d’attesa nell’ambulatorio del mio medico.

Partiamo da principio.

L’ambulatorio apre alle 15:30 e chiude alle 19:00. Quando capita di dover andare dal medico, scelgo di arrivare in ambulatorio alle 18:55, in modo da non subire lunghe attese e contando sullo sfinimento del Doc dopo una riga di vecchiette logorroiche. Funziona sempre, entro, spiego, tempo di farmi guardare bene in faccia, firmare una ricetta e andare!

Ieri, però, alle 18:00 avevo un appuntamento di lavoro a Rivignano. Tarcento-Rivignano 40 minuti. Quindi alle 17:20 MASSIMO dovevo essere in auto.

Decido di arrivare in ambulatorio alle 15:00 credendo di essere da sola, aspettare mezza ora, entrare per prima, stare dentro cinque minuti e poi avere tutto il tempo per poter far altro prima di partire. Varco il cancello già aperto – mmh, bene, forse il dottore è già arrivato. Percorro il vialettino bianco che riflette il sole primaverile come fosse neve a Gennaio, mi acceco ma giungo alla porta a vetri specchiati del condominio. Faccio per aprirla – spingere – e un flair devastante mi colpisce gli occhi solarizzandomi del tutto, li chiudo per un attimo, quasi lacrimo. Sono sulla soglia, alzo lo sguardo e trovo 16 occhi appoggiati mollemente su di me, taluni “catarrattici”.

Zio can.

Il corridoio è già pieno. Analisi:

signora con giovane figlia cicciona – sette persone davanti;

ragazza madre con carte alla mano – cinque minuti;

altra ragazza con borsa della spesa – dieci minuti;

signora con fazzoletto mocciolante occhi lucidi – almeno 20 minuti;

alcolizzato irrequieto – tra i 5 minuti e i 20 minuti se ha delle medicazioni da fare;

distinto signore settantenne con Messaggero Veneto – ignoto;

PERICOLO – due sessantenni donna con alla mano riviste di moda e cucina, amiche, chiacchierano. Una ha una figlia sposata con un senegalese e vive a Milano, l’altra un figlio sposato con una inglese e vive a Londra, due nipotini, arrivano per Pasqua. Una delle due c’ha l’ombrello.

Non mi faccio prendere dallo sconforto e prendo il mio posto in fila. Ce la posso fare entro le 17:00.

Battutina dell’alcolizzato sui miei capelli: ” Ma lei signorina ha i capelli davvero così? Cioè, invecchiando può contare sulla tricromia?” (ok, non l’ha detta proprio così, ma ho apprezzato). Mia risposta: “Bè, ecco, se sono dal medico c’è un motivo. Ma se preferisce posso dirle che mamma m’ha fatta così e si, sfumerò dal marrone al verde con nuance grigie verso i cinquant’anni”.

Merda, ridono. Ora tutti si aspettano un dialogo collettivo o qualcosa in più. Quindi apro il libro che mi sono portata e mi metto a leggere, mi ci vuole un attimo per trovare concentrazione.

Ore 16:00 arriva il sospirato omeopata (si, vabbè, non me lo son scelta io, però è bravo, se gli chiedo chimica mi da chimica, dopo tanti anni mi conosce).

In sala d’attesa scelgo la sedia all’angolo con vicino il tavolino. Seduta guardo come si organizzano gli altri. L’alcolizzato, ovviamente, si siede alla mia sinistra. Cazzo, le signore chiacchierone scelgono la mia destra pechè ci sono due posti vicini. Entra la prima paziente.

Cerco di leggere ma la signora alla destra mi guarda, la guardo. Mi racconta che era parrucchiera. Benon, cinque minuti passano ascoltando un paio di sue storielle. Intanto l’alcolizzato mi dice che lo infastidisco perché rumino. Ora, o mi portavo un pacchetto di sigarette facendo su e giù tra l’ambulatorio e il cortile facendomi odiare a prescindere o, appunto, chewing-gum in bocca e via. Mastico più delicatamente e mi concentro sulla lettura. È il turno dell’alcolizzato. In sala d’attesa entra una madre afghana con tre figli. Una ragazzina preadolescente, una bambina sui quattro anni e un passeggino con bambino di un anno e mezzo circa. La ragazzina più grande porta una felpa verde militare, un paio di shorts di jeans e calze verdi militare. Si siede accanto a me scegliendo il posto accuratamente, volendo evitare l’odore di naftalina. Mi saluta e ricambio. Prende una rivista, incrocia le gambette secche e inizia a sfogliare le pagine patinate con le mani curate e ornate da anelli con fatine.

Leggo finalmente concentrata solo quando alla mia destra una delle due loquaci signore resta sola. Dopo un po’ la ragazzetta a sinistra mi allunga la rivista. Appoggio dunque il mio libro sulle ginocchia aperto a pagina 49 e l’ascolto:”Ma che roba, Kate Winslet, in questo articolo, dice che ha odiato Leonardo di Caprio sul set di Titanic”. Risposta: “E vabbè, il loro era solo l’amore tra due personaggi immaginari. L’hai visto quel film?”. Annuisce e gira pagina: “Ma guarda che moda di merda, come fa una a scegliere di vestirsi così? Ma neanche a carnevale!” Testuali parole, gira le pagine stizzita muovendo il piedino nervosamente. Risposta: “E vabbè, signorina, stai parlando ad una con i capelli verdi e non è carnevale! Ognuno può fare come crede, l’importante è ben altro, giusto?!”. Abbassa lo sguardo.

In quella mi accorgo di aver lasciato aperto sulle ginocchia il mio libro a pagina 49.

MERDA.

Il libro è piccolo e il corpo del testo parecchio grande.

La storia la fanno gli idioti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La signora alla mia sinistra si è voltata un pochino sul suo fianco destro. É il mio turno e lei mi fa un sorriso tiratissimo.

La prossima volta, se dovesse ricapitarmi di frequentare l’ambulatorio prima delle 18:55, porterò con me un Topolino e un cappello. Oppure un burqua.

Comunque vaffanculo. Basta. Se era per dimostrare qualcosa – non so cosa, ormai sarà anche dimostrato. Magari troverò altro da dimostrare – non so cosa.

Mi taglio i capelli e non tingo più.

 

PS

Il libro è “La storia la fanno gli idioti” di Nicolò “Nebo” Zuliani, autore del blog Bagniproelietor.it, edito da “Limited Ediction Books” e lo so che può sembrare un nonnulla ciò che la signora può aver (anzi, ha sicuramente) letto, ma sono anche sicura che, per quel tipo di signore lì, basta proprio un nonulla per giudicare. E i capelli non li taglio SOLO per questo tipo di motivi qui, tanto, avessi avuto il capello lungo, fluente e liscio, sarebbe stato lo stesso, sia di percezioni date che, soprattutto, acquisite.





  • Sono felice di averti tenuto compagnia in sala d’aspetto.
    Ma forse sono più felice di averti messa in imbarazzo.

    • Alice Durigatto

      Il punto è essere scomodi. Fumo, ho i capelli verdi, mastico come una vacca, leggo libri imbarazzanti. Di qualcosa posso fare a meno, restando scomoda ugualmente. non depenno la lettura!

  • Aldo Sbadiglio

    Allora 1 anche io arrivo sempre in zona last minute. Sempre. 2 voglio quel libro, 3 esiste in ebook? 4 mi piacciono verdi! 5 ti fai la cresta? Io vorrei farmi la cresta ma con la barba è un casino. 6 varie ed eventuali.

    • Alice Durigatto

      – Non so se esiste in digitale, ma compralo di carta, profuma ed imbarazza di più!
      – Li adoro Berdi, però si possono fare cose fiquissime anche senza colore.
      – No, la cresta l’ho già avuta, voglio qualcosa di nuovo!
      – La tua barba… mmmh… la tua barba…. OPS, mi sono distratta, cosa dovevo dire?